Jobs Act, il ruolo ambiguo della CGIL

CGIL

La CGIL ha avviato la raccolta di firme per una proposta di legge dal titolo “Carta dei diritti universali del lavoro” e per tre quesiti referendari volti ad abrogare alcuni articoli del Jobs Act (quelli relativi all’articolo 18, ai voucher per lavoro occasionale ed alla responsabilità solidale negli appalti).

Queste premesse potrebbero far pensare che il principale sindacato nazionale, dopo aver subito per decenni il processo di progressiva precarizzazione del lavoro, se non partecipato attivamente allo stesso, abbia finalmente deciso di alzare la testa e chiedere che alcuni principi fondamentali vengano ripristinati.

Ma basta leggere il testo della nuova Carta per rendersi conto che le cose stanno diversamente.

L’intento della proposta è sostituire in parte lo Statuto dei lavoratori del 1970, quello nato dalle lotte operaie degli anni ’50 e ’60, la legge che ha introdotto nel nostro ordinamento alcuni importanti principi quali la libertà di espressione, la definizione delle procedure disciplinari ed il divieto di demansionamento.

E’ molto interessante analizzare la nuova Carta punto per punto, per capire esattamente qual è l’obiettivo della CGIL:

  • Definizione di “lavoratore”: nello Statuto del 1970 non c’è nessuna ulteriore precisazione riguardo a questo termine. Tutti nel 1970 sapevano cos’è un lavoratore: si faceva riferimento esclusivamente al rapporto di lavoro subordinato, con le relative tutele. Nella Carta 2016 invece entrano ufficialmente tutti i ruoli precari che sono stati introdotti nel nostro ordinamento negli ultimi decenni: partite Iva, collaborazioni coordinate, lavoro occasionale, tirocini, ecc.. Sul piano operativo non si tratta di una particolare novità, in quanto queste forme contrattuali sono già regolamentate e largamente diffuse. Ma sotto l’aspetto della cultura dei diritti la CGIL ci sta dicendo una cosa importantissima: facendo entrare il lavoro precario nello Statuto dei lavoratori, accettiamo definitivamente l’idea che la cosiddetta “flessibilità del lavoro” sia un principio fondante della nostra economia e della nostra società, di fronte al quale la tutela dei lavoratori passa in secondo piano. Ho mosso questo rilievo ad un funzionario sindacale, e la risposta è stata “purtroppo bisogna prendere atto che i rapporti di forza sono cambiati rispetto a quarant’anni fa”. Sarà anche vero, ma non si vede il motivo per cui il sindacato debba farsi parte attiva inducendo centinaia di migliaia di lavoratori a chiedere a gran forza l’ufficializzazione del peggioramento delle proprie condizioni.
  • Retribuzione: la Costituzione dice che deve essere sufficiente a garantire “un’esistenza libera e dignitosa”, mentre la Carta 2016 si limita a dire che il compenso deve essere “equo e proporzionato”. Non ci vuole molto ad immaginare che in tempi di competizione globale il concetto di equità della retribuzione possa finire con l’essere tarato su realtà economiche molto distanti dalla nostra (“in Cina un operaio guadagna 50 centesimi all’ora e noi dobbiamo competere…quindi è un compenso da considerare equo anche in Italia”).
  • Assimilazione di lavoratori autonomi e subordinati: alcuni istituti di legge, come il riposo settimanale obbligatorio, il trattamento di disoccupazione ed il ricorso al giudice del lavoro vengono estesi dalla Carta 2016 ai lavoratori autonomi (le cosiddette “partite Iva”). Si tratta di una norma confusa e pasticciata: i lavoratori autonomi non dovrebbero fornire lavoro a tempo, ma un’opera definita. Non sono tenuti a rilevare le presenze né a rispettare l’orario di lavoro. Ancora una volta si vuole dare l’impressione di avere esteso alcune tutele mentre al contrario si crea una figura contrattuale indefinita e facilmente sfruttabile.
  • Registrazione dei sindacati: la Costituzione prevedeva la facoltà per i sindacati di chiedere la registrazione ed il riconoscimento ufficiale, ma dal 1947 questo istituto non è stato utilizzato. La nuova Carta 2016 invece dispone che la registrazione dei sindacati diventi obbligatoria. E questo sembra il vero motivo per cui viene proposta la riforma, il vero obiettivo della CGIL: fare entrare nei luoghi di lavoro solo i sindacati che abbiano avuto un benestare “politico” da parte di una Commissione nominata direttamente dal Presidente della Repubblica.

Appare chiaro quindi che tutta la retorica sui “diritti universali” e tutta la mobilitazione sui quesiti referendari per “abrogare il Jobs Act” non sono altro che uno specchietto per le allodole, una polpetta avvelenata con cui i lavoratori vengono indotti a trasformare il sindacato in uno strumento del Governo per esercitare un controllo politico nei luoghi di lavoro (o quello che ne è rimasto…). E sull’altare di questo riconoscimento la CGIL è disposta a sacrificare i diritti dei lavoratori, rinunciando definitivamente al proprio impegno contro il precariato.