Padroni a casa nostra?

La parola chiave per spiegare il successo che i partiti nazionalisti di destra stanno riscuotendo fra le classi lavoratrici in Europa ed in Usa è “frontiere”.

Tutti sentiamo che è cambiato il contesto territoriale in cui si svolge il confronto fra classi. Pochi decenni fa tutto avveniva a breve distanza, sul luogo di lavoro: gli operai lavoravano nell’officina a piano terra mentre impiegati e dirigenti avevano gli uffici al piano superiore. Durante le giornate di sciopero ci si guardava in cagnesco attraverso i cancelli, al punto che la polizia doveva spesso intervenire per separare padroni e lavoratori. I risultati delle lotte sindacali potevano essere verificati in modo tangibile, al momento della firma dei contratti collettivi.

Oggi invece assunzioni e licenziamenti possono avvenire con una mail o con un messaggio sul cellulare, il cui mittente potrebbe trovarsi in Olanda o in Canada. L’arma dello sciopero è spuntata: le aziende possono facilmente delocalizzare la produzione in Paesi con manodopera più malleabile.

La speculazione finanziaria sottrae enormi masse di capitale all’economia produttiva: con un clic si possono spostare miliardi in un altro continente, lasciando intere economie nazionali con gravi problemi di liquidità.

Il diritto del lavoro, faticosamente costruito fino agli anni ’70, è stato progressivamente sgretolato nel segno della competitività e della stabilità dei mercati, nell’indifferenza dei partiti di sinistra e dei sindacati. Questo ha privato le classi lavoratrici dei punti di riferimento politici tradizionali e li ha spinti a cercare altrove. E’ sempre più forte l’esigenza di delimitare il confronto sociale ad un territorio circoscritto, chiudere le frontiere e rifugiarsi “in casa propria”; e fin qui la cosa potrebbe avere senso.

Ma purtroppo le cose poi si complicano. Non è facile trovare un motivo razionale che abbia spinto i cittadini britannici in modo così deciso sulla strada della Brexit. Forse il motivo potrebbe non essere perfettamente logico, né ben ponderato.

Chi vuole chiudere le frontiere dovrebbe prima di tutto chiedersi “chi e cosa” deve essere respinto. I lavoratori stranieri? Le aziende? I capitali? E vogliamo bloccarli in entrata, in uscita o entrambe le cose? Oggi abbiamo già frontiere chiuse ai migranti regolari in arrivo, ma permeabilissime alla circolazione di aziende e capitali.

Nel nostro Paese è molto diffusa l’idea che la disoccupazione dei lavoratori italiani dipenda dagli immigrati che “vengono a toglierci il lavoro”. Ma in realtà, se le nostre leggi fossero fatte rispettare non esisterebbe concorrenza sleale. Se non avessimo braccianti agricoli clandestini e sottopagati, se non avessimo interi comparti tessili che lavorano nella totale estraneità a qualsiasi regola fiscale, la concorrenza sarebbe lecita e molto meno dannosa per aziende e lavoratori che rispettano le norme. Per ottenere questo, è necessario che lo Stato abbia personale e mezzi adeguati per l’attività di vigilanza. Sarebbe stato bello se Salvini come Ministro dell’Interno, invece di invadere le competenze delle Capitanerie di porto e creare duelli navali nel Mediterraneo, si fosse presentato nelle campagne pugliesi o campane alla testa di una numerosa squadra di poliziotti a sostegno dell’attività degli ispettori del lavoro, che in quelle zone hanno grandi difficoltà a svolgere i loro compiti. Forse qualche caporale e qualche latifondista avrebbe perso la voglia di sfruttare gli stranieri.

Ma soprattutto, la propaganda dei nazionalisti confonde gli aspetti economici con quelli di costume, spingendo molti a sbagliare l’obiettivo della propria insofferenza.

Se un immigrato indiano pretende che nella scuola di suo figlio non venga festeggiato il Natale perché incompatibile con la sua religione, subito si scatena il linciaggio virtuale sui social.

Se invece un cittadino indiano acquista la più grande acciaieria italiana pretendendo di ignorare le nostre leggi sul lavoro e sulla tutela dell’ambiente, ecco i leghisti correre in suo aiuto. I nazionalisti de noantri tengono molto ad alcune tradizioni italiane, meno a certe altre. E’ molto più facile prendersela con i tortellini alla carne di pollo che con gli avvocati dell’Arcelor Mittal. Ma anche piuttosto inutile.

Il messaggio che populisti come Trump, Johnson o Salvini vogliono lanciare con le loro capigliature assurde, con le loro pance in vista e col loro linguaggio volgare è solo coreografico, vogliono dire “in casa mia posso girare in mutande e con la barba di tre giorni, se non vi sta bene andatevene”. Ma è tutta apparenza.

E chi segue queste facili suggestioni razziste si renderà conto ben presto che è inutile chiudere la porta mentre soldi e lavoro fuggono dalle finestre.